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		<title>Tempo di saldi: tutti pazzi per lo shopping!</title>
		<link>http://benessere4u.wordpress.com/2010/07/28/tempo-di-saldi-tutti-pazzi-per-lo-shopping/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 09:06:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[sconti]]></category>
		<category><![CDATA[shopping]]></category>
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		<description><![CDATA[Articolo della Dott.ssa Iazzolino pubblicato su Benessere4u.it, il social network su salute e benessere psicologico. Sono partiti ormai da quasi un mese i saldi estivi. La CONFCOMMERCIO cerca di monitorarne l’andamento e le stime forniscono dati oscillati tra le città ed i vari momenti. Indipendentemente dalle possibilità economiche, l’istinto ad uscire, passeggiare sbirciando le vetrine [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=67&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Tempo di saldi: tutti pazzi per lo shopping!" href="http://dipendenza.opsonline.it/psicologia-23352-tempo-saldi-pazzi-shopping.html#"> </a></p>
<p><a href="http://dipendenza.opsonline.it/psicologia-23352-tempo-saldi-pazzi-shopping.html">Articolo</a> della Dott.ssa <a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-21844-chiara-iazzolino.html">Iazzolino</a> pubblicato su <a href="http://benessere4u.opsonline.it/">Benessere4u.it</a>, il social network su salute e benessere psicologico.</p>
<blockquote><p><img class="alignnone" title="benessee4u saldi" src="http://img.opsonline.it/images/articles/image_23352.jpg" alt="" width="520" height="200" /></p></blockquote>
<blockquote><p>Sono  partiti ormai da quasi un mese i saldi estivi. La CONFCOMMERCIO cerca  di monitorarne l’andamento e le stime forniscono dati oscillati tra le  città ed i vari momenti.<br />
Indipendentemente dalle possibilità economiche, l’istinto ad uscire, passeggiare sbirciando le vetrine coinvolge molte persone.</p>
<p>Indipendentemente dalle possibilità economiche, l’istinto ad uscire, passeggiare sbirciando le vetrine coinvolge molte persone.</p>
<p>I primi giorni di luglio, con un calendario specifico per ogni città, sono iniziati i SALDI!</p>
<p>I  saldi rappresentano un momento particolare nel quale, alla luce  dell’avvicinarsi della fine della stagione (estiva come invernale), i  negozianti abbassano i prezzi applicando percentuali variabili di  sconto.</p>
<p>Ed  ecco che per gli appassionati dello shopping si attiva una vera e  propria spinta all’acquisto. Questa spinta, generalmente presente anche  negli altri periodi dell’anno, di fronte ai prezzi più bassi, riesce ad  “abbattere” l’ostacolo dei sensi di colpa psicologici e oggettivamente  economici dovuti all’acquisto.</p>
<p><em>Ma di cosa stiamo parlando?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La parola inglese <em>“shopping”</em> è utilizzata per indicare <strong>l&#8217;andare in giro per </strong><strong>negozi</strong> per fare degli acquisti.</p>
<p>Nel  fare shopping però si và oltre il momento dell’acquisto; si intende  infatti anche il momento dell’osservazione delle vetrine, del <strong>camminare pensare e guardare a cosa poter comprare  e sperimentare in quel momento un senso di leggerezza e di gioia.</strong></p>
<p><em>Mi  sento giù di morale e mi viene una gran voglia di fare acquisti … vuol  dire che soffro della sindrome dello shopping compulsivo?</em></p>
<p><strong>No! </strong>Quando lo shopping è diventato l’ambito nel quale ha trovato spazio di manifestazione un <strong>vero e proprio </strong>disturbo ossessivo &#8211; compulsivo allora possiamo parlare di comportamento legato alla<strong> sindrome da acquisto compulsivo.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Denominato <strong>sindrome da acquisto compulsivo, shopping-dipendenza</strong>, <strong>“shopaholism”  o oniomaniam,</strong> tale disturbo si manifesta con un desiderio compulsivo di fare acquisti.</p>
<p>Il collega Davide Algeri e, lo scorso settembre 2009 su questo sito, nel parlarci dello shopping compulsivo ha definito il disturbo ossessivo compulsivo indicandone alcune caratteristiche nel: “<em>Piacere  che in seguito si trasforma in sentimenti di colpa e vergogna,  generando uno stato di tensione crescente, in cui l&#8217;unico modo per  alleviarla diventa soddisfare l&#8217;impulso irrefrenabile ad acquistare  oggetti il più delle volte inutilizzati”.</em></p>
<p>Tralasciando le situazioni diagnosticabili come connesse alla sindrome ci chiediamo:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Cosa ci avvicina allo shopping?</em></p>
<p><em>Cosa ne otteniamo?</em></p>
<p>Psicologicamente possiamo motivare tale spinta allo shopping, con la <strong>naturale necessità</strong> insita in ognuno di noi, di <strong>trovare compensazione</strong> a livello affettivo.</p>
<p>Nel fare shopping possiamo <strong>donarci una carezza </strong>che ci permetta di sentirci più sereni, <strong>portando l’attenzione verso il nostro bisogno </strong>che potrà essere compensato; pensiamo a noi stessi.</p>
<p>La  compensazione che fa’ da sottofondo allo shopping, si può legare sia  all’esigenza di riempire dei vuoti che di trovare un modo/oggetto  alternativo che farà le veci di qualcuno che a livello emotivo non c’è  più.</p>
<p>Possiamo quindi affermare che lo <strong>stato emotivo che viviamo</strong> possa influenzare/trovare risvolto, nelle attività di shopping.</p>
<p>Il polo positivo o negativo di tale spinta che accompagna l’acquisto, <strong>non è definibile aprioristicamente.</strong></p>
<p>Può  infatti capitare di vivere un momento di felicità ed avere voglia e  piacere nel passeggiare e fare shopping; al polo opposto possiamo essere  animati dal bisogno di migliorare il proprio stato emotivo negativo e  compensare una mancanza o un’assenza facendo acquisti (riuscendo in quel  momento a sperimentare un senso di spensieratezza).</p>
<p>Come dicevo prima, l’attività dello shopping può rappresentare un momento di attenzione e di ascolto rivolto a sé.</p>
<p>Le abitudini nel fare acquisti, risentono anche dei <strong>cambiamenti e delle esperienze proprie della vita personale.</strong></p>
<p>Le  neo mamme ad esempio, completamente proiettate verso il proprio  bambino, anche se prima della gravidanza erano delle “sostenitrici e  praticanti dello sport dello shopping”, subito dopo la nascita del  nascituro, devolvono completamente le loro necessità verso il piccolo.</p>
<p>Questo ci segnala come, il momento di vita particolare, carico a livello affettivo, trova risvolto nel fare shopping.</p>
<p>Quando  il bisogno di sentirsi coccolate, di sentire i propri bisogni tornare a  farsi sentire, ed il bimbo sentono che abbia raggiunto un maggior  livello di autonomia, lo shopping sarà di nuovo un momento anche per le  proprie esigenze.</p>
<p>Il  mondo dello shopping è legato a quello della psicologia. Sia rispetto  ad una forte matrice psicologica relativa alla spinta verso lo shopping,  che rispetto al supporto degli studi psicologici finalizzati ad  analizzare il comportamento del consumatore (come poter distribuire i  prodotti? Cosa attira l’attenzione? In quale orario trasmettere un  determinato spot pubblicitario?).</p>
<p>In conclusione, il momento dello shopping può rappresentare un momento di cura e attenzione verso di sé. Pertanto, <strong><em>tenendo ben presente le proprie possibilità economiche, può essere un momento per ascoltarsi e coccolarsi.</em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>www.wikipedia.it</p>
<p>www.confcommercio.it</p>
<p>http://dipendenza.opsonline.it/psicologia-19153-shopping-compulsivo-on-line.html</p></blockquote>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/benessere4u.wordpress.com/67/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/benessere4u.wordpress.com/67/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/benessere4u.wordpress.com/67/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/benessere4u.wordpress.com/67/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/benessere4u.wordpress.com/67/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/benessere4u.wordpress.com/67/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/benessere4u.wordpress.com/67/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/benessere4u.wordpress.com/67/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/benessere4u.wordpress.com/67/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/benessere4u.wordpress.com/67/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/benessere4u.wordpress.com/67/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/benessere4u.wordpress.com/67/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/benessere4u.wordpress.com/67/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/benessere4u.wordpress.com/67/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=67&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Facebook e intimità emotiva&#8230;riflessioni</title>
		<link>http://benessere4u.wordpress.com/2010/07/13/facebook-e-intimita-emotiva-riflessioni/</link>
		<comments>http://benessere4u.wordpress.com/2010/07/13/facebook-e-intimita-emotiva-riflessioni/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 16:08:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>benessere4u</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo a cura della Dott.ssa Serreri, pubblicato su b4u, il social network su salute e benessere psicologico. Facebook come specchio di una società narcisista o autoreferenziale o spazio comune di libertà di espressione? Comunicazione reale o comunicazione virtuale? Che peso e che valore dare a questo modo di comunicare? Vista la diffusione esponenziale è probabile [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=63&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dipendenza.opsonline.it/psicologia-23240-facebook-intimita-emotiva-riflessioni.html">Articolo</a> a cura della Dott.ssa<a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-20365-simona-serreri.html"> Serreri</a>, pubblicato su <a href="http://benessere4u.opsonline.it/">b4u</a>, il social network su salute e benessere psicologico.</p>
<p><a title="Facebook e intimità emotiva...riflessioni " href="http://dipendenza.opsonline.it/psicologia-23240-facebook-intimita-emotiva-riflessioni.html#"> <img src="http://img.opsonline.it/images/articles/image_23240.jpg" border="0" alt="Facebook e intimità emotiva...riflessioni " /> </a></p>
<blockquote><p>Facebook come specchio di una società narcisista o  autoreferenziale o spazio comune di libertà di espressione?<br />
Comunicazione  reale o comunicazione virtuale? Che peso e che valore dare a questo  modo di comunicare?<br />
Vista la diffusione esponenziale è probabile sia  capitato un po a tutti di riflettere su come facebook, ma anche altri  social network rappresentino una nuova modalità relazionale.<br />
Si  partirà dalle motivazioni che spingono all&#8217;utilizzo di questo strumento e  come questo possa soddisfare il bisogno della costruzione di legami  intimi e profondi.</p>
<p>Sapere cosa prova un amico dopo aver  passato una giornata non molto positiva, solo tramite la bacheca di  facebook. Assistere o partecipare a discussioni su amici “virtuali” che  probabilmente non incontreremo mai e con i quali abbiamo ben poco in  comune.<br />
Prendersela un po’ con qualcuno, sempre virtualmente, perché è  apparso off-line mentre chattavamo o perché non ha commentato un link  per noi particolarmente significativo.<br />
Facebook come specchio di una  società narcisista o autoreferenziale o spazio comune di libertà di  espressione?<br />
Comunicazione reale o comunicazione virtuale? Che peso e  che valore dare a questo modo di comunicare?<br />
Vista la diffusione  esponenziale è probabile sia capitato un po’ a tutti di riflettere su  come facebook, ma anche altri social network rappresentino una nuova  modalità relazionale.<br />
Nei vari profili, a volte, vengono scanditi  ritmi, azioni, eventi ed emozioni di intere giornate. E&#8217; come se ci  fosse un continuo desiderio di aggiornare gli altri su ciò che si fa,  ciò che si prova. Un continuo bisogno di condividere, che molto spesso,  non ha una continuità nel contesto reale.<br />
Ma perché e in che modo  facebook influenza o può influenzare le relazioni umane?<br />
Facciamoci  prima un’idea delle motivazioni sottese al suo utilizzo.<br />
Da una  ricerca condotta su ragazzi inglesi, sono state individuate sei  motivazioni rispetto all&#8217;uso di facebook:</p>
<ul>
<li>connessione  sociale: rintracciare persone che non si vedono da tempo, restare in  contatto con amici che abitano molto distanti;</li>
</ul>
<ul>
<li>     condivisione d&#8217;identità: far parte di gruppi che condividano le stesse  opinioni, prendere parte o organizzare eventi rispetto ad interessi  comuni;</li>
</ul>
<ul>
<li>    uso delle foto: si segnalano persone  presenti all&#8217;interno delle foto e si segnalano nuove informazioni;</li>
</ul>
<ul>
<li>     uso delle applicazioni: attraverso l&#8217;uso di giochi o programmi  l&#8217;utente può scoprire che vengono utilizzate anche da alcuni suoi  contatti e quindi avere informazioni su di loro;</li>
</ul>
<ul>
<li>     investigazione sociale: osservare le attività dei propri amici, anche  in modo intrusivo, nonché la possibilità di conoscere altre persone,  sulla base di determinati criteri (interessi, amicizie in comune ecc);</li>
</ul>
<ul>
<li>     navigare tra le reti sociali: esplorare le reti sociali dei propri  amici, visualizzando profili anche di persone che non si conoscono  direttamente, avendo la possibilità di allargare i propri contatti  sociali.</li>
</ul>
<ul>
<li>    aggiornamento: attraverso alcune funzioni  si aggiorna il proprio stato e si visualizzano gli aggiornamenti  altrui, per conoscere e farsi conoscere.</li>
</ul>
<p>Lo scopo  principale quindi sembra essere quello della costruzione, sviluppo e  controllo della rete sociale. Un modo, insomma per allargare il proprio  “giro” di amicizie.<br />
Un altro studio, stavolta statunitense, ha però  messo in luce come gli utenti di facebook tendano a sviluppare in misura  maggiore legami deboli, utili a condividere interessi e obiettivi, ma  raramente caratterizzati da un coinvolgimento emotivo.<br />
Naturalmente,  tra i contatti di facebook ci sono anche quelli degli amici più cari,  con i quali si condividono momenti reali di vita, ci si sente per  telefono, si entra davvero in relazione. Ma gli altri? Che significato  gli diamo?<br />
Il minimo, se non inesistente coinvolgimento emotivo,  potrebbe farci pensare a quanto facebook non ci aiuti a creare delle  vere relazioni, caratterizzate cioè, da intimità e coinvolgimento  emotivo.<br />
E ancora di più ci deve fare pensare che la motivazione  principale dell&#8217;utilizzo di internet sia proprio la ricerca di  un&#8217;intimità emotiva.<br />
L&#8217;intimità viene ricercata in luoghi sbagliati,  e attuando comportamenti non esplicitamente diretti a quel fine. Si  posta sulle bacheche, si condividono link, si aderisce ad eventi e  gruppi, si accettano amicizie da persone mai viste o che si sono  incontrate poche volte.<br />
In questo modo il bisogno reale, cioè quello  dell&#8217;intimità emotiva, non viene mai soddisfatto, e si alimenta in modo  esagerato l&#8217;esigenza di quel comportamento che da l&#8217;illusione di avere  contatti emotivamente significativi.<br />
Quindi si continuano ad  aggiornare status, bacheca, osservare le proprie reti sociali e altrui  cercando di allargarle, senza mai avere la sensazione di essere  gratificati. Si ha solo l&#8217;illusione di entrare in relazione e di far  parte di una rete sociale “solida”. Ma perché lo facciamo? Qual è il  reale bisogno che ci spinge a stringere e “coltivare” i contatti?<br />
Sempre  in un’ottica di promozione del benessere psicologico sarebbe utile  fermarsi e rispondere a queste domande, per capire meglio il nostro  comportamento, stare più vicini ai nostri reali bisogni e prevenire il  consolidamento di pensieri e comportamenti “disadattivi” che riguardano  noi e gli altri.<br />
Pensieri che ci rimandano un&#8217;idea di noi non  adeguata e che ci fanno pensare al mondo come a qualcosa di troppo  difficile e pericoloso, perdendo la fiducia negli altri e nelle  relazioni reali, concrete. Potrebbe capitare di pensare a queste cose,  per esempio dopo situazioni negative, in cui i pensieri stessi  influenzano la nostra lettura della realtà.<br />
Andando a “rifugiarsi” in  contesti protetti e controllabili da un punto di vista relazionale,  come facebook, la nostra lettura della vita, della realtà esterna,  potrebbe rimanere tale, perché, i contatti, le amicizie le gestiamo  soltanto e non le VIVIAMO!<br />
Non ci diamo quindi la possibilità di  smentire convinzioni errate rispetto al mondo esterno e alle persone che  potremo incontrare e vivere “fuori”. Ci accontentiamo dei contatti  virtuali e ci illudiamo di poter costruire con loro un legame profondo.</p>
<p><strong>Bibiografia </strong></p>
<p>Joinson, A. N. (2008), “Looking at, looking up or  keeping up with people?: Motives and use off Facebook”. In Proceeding of  the twenty-sixth annual SIGCHI conference on human factors in computing  systems. 5-10 aprile, Firenze.</p>
<p>Ellison N., Steinfield C.,  Lamps  C., (2007) ” The Benefits of Facebook Friends: Social Capital  and   College Students&#8217; Use of Online Social Network Sites</p>
<p>Costanti  S. (2008), “Internet quale realtà”.</p></blockquote>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/benessere4u.wordpress.com/63/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/benessere4u.wordpress.com/63/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/benessere4u.wordpress.com/63/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/benessere4u.wordpress.com/63/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/benessere4u.wordpress.com/63/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/benessere4u.wordpress.com/63/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/benessere4u.wordpress.com/63/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/benessere4u.wordpress.com/63/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/benessere4u.wordpress.com/63/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/benessere4u.wordpress.com/63/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/benessere4u.wordpress.com/63/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/benessere4u.wordpress.com/63/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/benessere4u.wordpress.com/63/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/benessere4u.wordpress.com/63/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=63&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Il mutismo selettivo: diagnosi e riflessioni terapeutiche</title>
		<link>http://benessere4u.wordpress.com/2010/06/22/mutismo-selettivo-diagnosi-riflessioni-terapeutiche/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 08:47:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo della Dott.ssa Bertelli pubblicato su Benessere4u.it, il Social Network su Psicologia,  Salute e Benessere. L&#8217;articolo descrive il mutismo selettivo nelle sue principali manifestazioni e propone spunti di riflessione per il trattamento Cosa è il mutismo selettivo Si tratta di un disturbo relativamente infrequente, che solitamente inizia nell’infanzia in età prescolare, caratterizzato dal fatto che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=60&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://infanzia-adolescenza.opsonline.it/psicologia-23042-mutismo-selettivo-diagnosi-riflessioni-terapeutiche.html">Articolo</a> della Dott.ssa <a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-20612-graziella-bertelli.html">Bertelli</a> pubblicato su <a href="http://benessere4u.opsonline.it/">Benessere4u.it,</a> il Social Network su Psicologia,  Salute e Benessere.</h2>
<blockquote><p>L&#8217;articolo descrive  il mutismo selettivo nelle sue principali manifestazioni e propone  spunti di riflessione per il trattamento</p>
<p><a href="http://infanzia-adolescenza.opsonline.it/psicologia-23042-mutismo-selettivo-diagnosi-riflessioni-terapeutiche.html"><img class="alignnone" title="benessere4u mutismo selettivo" src="http://img.opsonline.it/images/articles/image_23042.jpg" alt="" width="520" height="200" /></a></p>
<p><strong>Cosa è il mutismo selettivo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Si tratta di un disturbo relativamente  infrequente, che solitamente inizia nell’infanzia in età prescolare,  caratterizzato dal fatto che un bambino non parla in una (o in più di  una) situazione sociale ben individuabile mentre almeno in un contesto  sociale si esprime normalmente con le parole.</p>
<p>Il mutismo selettivo ha quindi una sua  definizione chiara, tuttavia si può presentare in varie forme e gradi di  gravità.</p>
<p><strong>Come si presenta il  mutismo selettivo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La  situazione più frequente è quella di un bambino che parla a casa con i  familiari stretti ma non parla a scuola. Anche in questi casi il mutismo  può comunque presentarsi in maniera variabile. Per esempio il bambino  può parlare con i familiari conviventi ma essere muto con altri parenti  (zii, cugini, nonni….); oppure può parlare, in casa, solo con la madre e  un fratello. Inoltre, il mutismo a scuola può essere totale, ossia il  bambino non parla con nessuno, né con gli insegnanti, né con i compagni,  né con i custodi…. Oppure può parlare solo con i compagni e smettere  ogni volta che un adulto qualsiasi si avvicina tanto da sentirlo. Se il  bambino parla con qualcuno all’interno della scuola può farlo a volume  normale di conversazione, ma più spesso “bisbiglia” a voce molto bassa  e/o solo in particolari situazioni.</p>
<p>Inoltre, il bambino con mutismo può compensare la mancanza di  parola attraverso una mimica vivace: sguardo, espressione della faccia e  gestualità possono apparire molto ricche e comunicative. Altre volte  invece il bambino è rigido nei movimenti, evita lo sguardo, evita la  vicinanza fisica, non sorride,  anche la comunicazione non  verbale è ridotta al minimo.</p>
<p><strong>La diagnosi secondo i manuali</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>I due più importanti manuali, l’americano  DSM IV e l’europeo ICD 10, classificano entrambi il problema in modo  simile, ma lo denominano in maniera leggermente diversa. Il termine  attuale di <em>mutismo selettivo </em>si trova  sul DSM IV,  mentre precedentemente si usava il termine <em>mutismo elettivo; </em>quest’ultima  denominazione è ancora presente nell’ ICD 10, ma è molto meno usata e  nella letteratura scientifica si trova prevalentemente il termine di  mutismo selettivo.</p>
<p>La  descrizione del problema è tuttavia abbastanza simile. Per una diagnosi  corretta si deve verificare che il bambino non abbia disturbi gravi  dello sviluppo linguistico (per esempio, una seria balbuzie) che lo  ostacolano nell’espressione verbale in situazioni sociali. Deve  conoscere la lingua parlata nel contesto in cui il disturbo si manifesta  (nei bambini stranieri in effetti la diagnosi è più incerta,  specialmente per coloro che sono in Italia da poco tempo). Il disturbo  deve durare da almeno un mese, ma – precisa il DSM IV – questo mese non  deve essere il primo mese di scuola, perché il cambiamento di ambiente  può provocare un disturbo transitorio. Quindi, se il problema si  presenta al primo inserimento nella scuola, è prudente aspettare un po’  più di un mese per vedere se il problema si risolve spontaneamente o se  invece assume il carattere di un disturbo persistente.</p>
<p>L’aspetto fondamentale del problema è che  in almeno un contesto il bambino è in grado di  parlare,  mentre in altri contesti, dove ci si aspetta che  parli,  rimane muto.</p>
<p><strong>La diagnosi nella pratica  clinica</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Talvolta  il mutismo selettivo si rende facilmente riconoscibile agli occhi dello  specialista: se il bambino comunica a gesti e ha una mimica e una  gestualità molto ricche ma non parla in situazioni ben individuabili, se  i genitori riferiscono che a casa parla normalmente (a volte anche  troppo; frase tipica riferita allo specialista: “Ma guardi, le giuro, a  casa parla in continuazione, pare abbia inghiottito una radiolina!”), la  diagnosi non è difficile.</p>
<p>Talvolta,  specialmente quando il mutismo si presenta molto presto e il bambino  oltre che muto in certi contesti comincia a isolarsi socialmente e a  mostrare ritrosie varie, se anche la comunicazione non verbale è  impoverita, lo specialista può sospettare un disturbo dello spettro  autistico (autismo, autismo atipico, sindrome di Asperger). E’  fondamentale che lo specialista si accerti che esiste la <span style="text-decoration:underline;">selettività</span> del comportamento, ossia che almeno in un contesto il bambino parli,  perché questo è l’elemento che discrimina il mutismo selettivo da altre  patologie che, in determinate condizioni, potrebbero somigliargli.</p>
<p><strong>Aspetti associati al  mutismo selettivo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Sia  i manuali diagnostici sia la letteratura recente descrivono alcuni  aspetti che si trovano di frequente nei bambini con mutismo selettivo.  Per esempio, molti di essi sono ansiosi, talvolta in maniera specifica  nelle situazioni sociali (ansia sociale) o addirittura fobici (fobia  sociale), a volte oppositori e ostinati, oppure manipolativi e “tiranni”  nei rapporti con i fratelli.</p>
<p>Va tenuto presente che anche questi aspetti possono essere  “selettivi”, ossia presentarsi in maniera diversa a seconda del  contesto. Possiamo vedere per esempio bambini selettivamente muti che  sono timidissimi a scuola, ma poco timidi fuori (ad esempio, vanno nei  negozi da soli e chiedono le cose anche agli sconosciuti); oppure ci  possono essere bambini remissivi e passivi a scuola, che sono dei  piccoli tiranni in casa.</p>
<p><strong>L’evoluzione del problema  nel tempo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La  letteratura scientifica riporta pochi dati su questo aspetto. Il  mutismo selettivo si risolve, talvolta, anche spontaneamente in pochi  mesi; più spesso però si presenta in maniera persistente e dura anni,  compromettendo anche lo sviluppo sociale in adolescenza. Ci sono studi  che fanno ritenere che in età adulta possono permanere disturbi  psicologici, specialmente se il problema non è stato trattato.</p>
<p><strong>Riflessioni terapeutiche</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il trattamento del mutismo selettivo non è  tra i più semplici. La letteratura scientifica in lingua italiana è poco  specifica e poco sistematica. La letteratura in lingua inglese è  sicuramente più vasta, ma essendo il mutismo selettivo abbastanza  infrequente (le statistiche sono molto variabili da una fonte all’altra)  sono pochi gli studi su gruppi di bambini e mancano ancora, quindi,  protocolli terapeutici validati su un gran numero di persone. Le  procedure terapeutiche meglio descritte sono quelle di tipo  comportamentista, con tecniche tipo lo <em>stimulus fading<sup>1</sup>.</em> Per poter metterle in atto è necessario che il terapeuta abbia una  precisa descrizione di come il problema si manifesta, per intervenire  concretamente sui comportamenti. Per esempio, il terapeuta deve  chiedersi se il bambino parla almeno con una persona all’interno della  scuola, se smette di parlare all’avvicinarsi di un’altra persona, se  parla solo in alcuni contesti (ad esempio con un’insegnante ma soltanto  in un’aula dove è solo con lei), se accetta di parlare solo in presenza  della madre (oppure parla solo con lei ma non smette di parlare se altre  persone si avvicinano). Queste e altre informazioni servono a “cucire”  l’intervento a misura della situazione concreta.</p>
<p>Di recente si tende ad integrare i diversi  approcci terapeutici e in letteratura sono descritti casi trattati con  successo attraverso un intervento combinato: per esempio un intervento  comportamentista a scuola e una psicoterapia individuale a orientamento  psicodinamico in sedute individuali.</p>
<p>C’è  tuttavia un argomento importante da considerare, che è presente ormai  in molti orientamenti teorici anche diversi tra loro. E’ fondamentale  pensare che il mutismo selettivo è un disturbo persistente e, da attente  osservazioni del problema da vicino, si rileva che nei comportamenti  delle persone che hanno a che fare col bambino selettivamente muto, ci  sono alcuni aspetti che concorrono al mantenimento del problema. Per  esempio, a scuola l’insegnante può evitare di porre domande aperte, ma  ricorrere soltanto a quesiti che richiedono un sì o un no (che il  bambino può fare con la testa); oppure i compagni di classe, in modo  anche spontaneo, rispondono al posto del bambino selettivamente muto;  ancora, nel contesto dove il problema si presenta, nessuno si aspetta  che il bambino parli e addirittura i compagni lo “proteggono” da  eventuali richieste di parlare (se arriva una maestra nuova, può darsi  che un paio di bambini, ad alta voce in classe, la avvertano: “Maestra,  attenta, guarda che lui non parla….”); oppure, le persone attorno al  bambino ritengono che il egli sia disturbato emotivamente e lo trattano  in maniera diversa dagli altri (es. accontentandolo più spesso). Questi  sono solo pochi esempi, facilmente comprensibili, di come atteggiamenti  messi in atto per proteggere la persona in difficoltà possano alla fine  diventare fattori di mantenimento del disturbo.</p>
<p>Il terapeuta stesso, quando fa un  intervento, si muove spesso in mezzo a una sorta di Scilla e Cariddi  terapeutico, ossia deve fare qualcosa di speciale perché il bambino con  mutismo selettivo ha bisogno di qualcosa di speciale, ma al tempo stesso  deve stare attento che proprio il suo intervento non diventi, col  tempo, un fattore di mantenimento del problema.</p>
<p>Un esempio: se il bambino comunica poco  anche attraverso il  linguaggio non verbale, è logico che  il terapeuta si pone come obiettivo anche lo sviluppo degli aspetti  gestuali dell’espressione e guiderà gli insegnanti a far sviluppare  gesti come l’indicare, segni convenzionali (es. per andare in bagno), a  premiare il mantenimento del contatto oculare… Però deve considerare che  una volta ottenuto un miglioramento in questi aspetti, bisogna far  ulteriormente evolvere la comunicazione verso il verbale, perché  altrimenti proprio l’utilizzo della comunicazione non verbale diviene,  alla lunga, un fattore di mantenimento del problema.</p>
<p>Un altro esempio: può darsi che il bambino  sia molto ansioso se deve entrare a scuola o affrontare una situazione  nuova; allora il terapeuta può valutare che è il caso di evitare  richieste dirette di parlare o di porre domande aperte; ciò può  facilitare il bambino nell’inserimento sociale, ma anche in questo caso,  nel tempo, se questa situazione si consolida diventa essa stessa un  fattore di mantenimento del problema.</p>
<p>Un terzo esempio: poiché il bambino potrebbe aver dimostrato  in passato ansia in presenza di estranei, allora l’intervento scolastico  potrebbe consistere nell’inserire il bambino in gruppi di compagni  conosciuti. Di nuovo, però, il trovarsi sempre in mezzo a persone che  conoscono il problema e che non si aspettano che il bambino parli,  diviene un fattore di mantenimento del problema.</p>
<p>E’ fondamentale allora che il terapeuta  programmi passo per passo il suo intervento e  monitori  spesso i risultati per evitare che un obiettivo posto correttamente in  una fase di trattamento diventi poi un ostacolo ad ulteriori progressi.  Inoltre, per evitare che la terapia abbia lunghi periodi di stallo, lo  psicologo può usare tecniche recenti che mirano ad eliminare  dall’ambiente sociale reazioni e comportamenti che in maniera subdola  mantengono il problema invece di farlo muovere verso la soluzione.</p>
<p><sup>1 </sup>Lo <em>stimulus fading </em>(termine  non tradotto in italiano, letteralmente “stimolo in dissolvenza”) è una  tecnica comportamentale; la letteratura scientifica descrive diverse  situazioni concrete in cui tale tecnica è stata utilizzata nel  trattamento del mutismo selettivo.</p>
<p><em>Riferimenti bibliografici</em></p>
<p>Gli esempi concreti presenti in questo articolo sono tratti  prevalentemente dalla mia esperienza, mentre l’impostazione generale che  fa da cornice è influenzata dai seguenti scritti:</p>
<p>Cline, T., Baldwin, S. <em>Selective Mutism in Children,  Second Edition, </em>London, Whurr Publishers, 2004</p>
<p>Fiorenza, A., Nardone, G. <em>L’intervento strategico nei  contesti educativi, </em>Milano, Giuffrè 1995</p>
<p>Wong, P., <em>Selective Mutism. A Review of Etiology,  Comorbidities, and Treatment, </em>Psychiatry, March 2010, 7(3): 23 – 31</p>
<p>I manuali diagnostici citati sono:</p>
<p>American Psychiatry Association, <em>Diagnostic  and Statistical Manual 4th Edition, Text Revised (DSM IV TR), </em> 2000<em> (</em>tr. it<em>. DSM IV TR, </em>Milano, Masson, 2002)</p>
<p>World Health Organization, <em>International Classification of  Diseases (ICD 10), Classification of Mental and Behavioural Disorders </em>1994  (tr. it. <em>ICD 10, Classificazione delle si</em><em>ndromi e dei disturbi  psichici e comportamentali, </em>Milano, Masson 1996)</p>
<p><strong>Graziella Bertelli</strong></p></blockquote>
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		<title>Conoscersi attraverso l&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 08:45:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo a cura di Zetesis &#8211; Cooperativa Sociale pubblicato su Benessere4u.it , il social network su salute e benessere psicologico. Presentazione delle tecniche artistiche utilizzate per promuovere la consapevolezza di Sé. La storia dell’arte può essere letta come la ricerca incessante dell’uomo di capire sé stesso e comunicare con l’altro. Nel corso del 900 sin [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=58&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://stress.opsonline.it/psicologia-22534-conoscersi-attraverso-arte.html">Articolo</a> a cura di <a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-21369-zetesis-cooperativa-sociale.html">Zetesis &#8211; Cooperativa Sociale</a> pubblicato su <a href="http://benessere4u.opsonline.it/">Benessere4u.it , il social network su salute e benessere psicologico.</a></h1>
<p style="text-align:center;"><a href="http://benessere4u.opsonline.it/"><img class="aligncenter" title="benessere4u arte" src="http://img.opsonline.it/images/articles/image_22534.jpg" alt="benessere4u arteterapia" width="520" height="200" /></a></p>
<p style="text-align:center;">
<blockquote><p>Presentazione delle tecniche  artistiche  utilizzate per promuovere la consapevolezza di Sé.</p>
<p><strong><em>La storia dell’arte</em></strong> può essere letta come la ricerca  incessante dell’uomo di capire sé stesso e comunicare con l’altro. Nel  corso del 900 sin ad oggi credo siano state fatte delle ricerche  importanti sulle possibilità di tale strumento di esprimere le diverse  soggettività, poiché si è legittimata la possibilità che ogni singolo  artista potesse inventare un suo stile, che non aderisse ad una corrente  egemone. Quest’arte proiezione del mondo dell’artista, che si evoluta  attraverso i caratteri informali e astratti per poi ritornare ad un  nuovo figurativo, ha secondo me contribuito ad affermare l’idea che  ognuno dentro di sé porta dei contenuti belli ed interessanti per chi ha  la volontà e la pazienza di saperli ascoltare.</p>
<p><strong><em>L’arte terapia</em></strong> si avvale dell’ attività artistica (  tradizionalmente pittura e scultura. Oggi il termine comprende anche:  danza, musica, teatro e scrittura ) per permettere all’individuo di  esprimere parti di sé e successivamente accedere ad azioni  ristrutturanti,  che permettano all’individuo di modificare  aspetti della propria personalità.</p>
<p><strong><em>L’applicazione delle arti visive nei percorsi di  crescita  personale</em></strong></p>
<p>Uno dei punti di  forza dell’arte terapia risiede nel permettere al soggetto di esserne  protagonista attivo, condizione necessaria è che ci sia un contesto ( il  gruppo e il suo conduttore ) rispettoso ed empatico , che permetta alla  persona di superare le proprie resistenze ed esprimersi con maggiore  libertà.</p>
<p>La relativa facilità con la quale le  tecniche di arte terapia permettono di accedere ai vissuti emotivi e ad  aspetti della persona e al suo stile relazionale, è dovuta al fatto che  l’arte terapia è un’esperienza prima di tutto corporea, sono coinvolti i  sensi , i nostri muscoli e il resto del nostro corpo .</p>
<p><strong><em>I materiali</em></strong> con i quali si interagisce permettono sia  di attivare esperienze sensoriali, sia di esprimere contenuti della  persona. Pensiamo a come sia dipingere con un pennello a punta tonda e  setola di bue, sebbene il manico sia rigido la setola ci permette un  contatto tenue con la superfice del foglio, la mano scivola  morbidamente, se poi chiudiamo gli occhi e nella stanza abbiamo una  musica adatta inizieremo a percepire il nostro braccio vivo, la tensione  muscolare che si è ormai allentata, emotivamente una gran gioia di  esternare sul foglio le tracce pittoriche che manifestano la nostra  energia interiore.   Al contrario invece  utilizzare uno strumento appuntito e di metallo , ad esempio un vecchio  coltello rende difficile il rilassarsi, la temperatura fredda e la  rigidità dello strumento rinviano più ad un’assenza di vita e a  sensazioni meno gradevoli rispetto al calore del manico di legno del  pennello e alla morbidezza della sua setola.</p>
<p><strong><em>La scelta del colore</em></strong> rispecchia gli stati d’animo  dell’artista, vi sono colori freddi e caldi , colori che esprimono gioia  di vivere altri angoscia. Scegliere il blu può manifestare un bisogno  di ritrovare quiete, il blu inoltre è un colore che facilità la  riflessione in quanto esprime profondità, tanto che nel 300 pittori come  Giotto non conoscendo ancora le regole geometriche della prospettiva,  utilizzavano il blu in sostituzione di questa per dare profondità ai  loro dipinti.  Al contrario scegliere il rosso può rivelare  una forte passione/eccitazione, il rosso è il colore dell’amore. Nella  corrida spagnola si utilizza un panno rosso con il preciso scopo di  trasmettere eccitazione agli spettatori, perché in effetti i tori non  percepiscono i colori .</p>
<p><strong><em>La  superfice</em></strong> su  cui lavoriamo, che sia un foglio o una tela riproduce in maniera  simbolica il nostro modo di essere in relazione con gli altri. Dipingere  con movimenti brevi , pressione leggera e rimanendo in una sola zona  della tela è uno stile espressivo che appartiene ad una personalità  timida, al contrario, produrre pennellate ampie che coprono da lato a  lato la tela è il comportamento pittorico di un carattere estroverso.</p>
<p>Prediligere <strong><em>linee</em></strong> continue e curve è l’espressione di un vissuto di armonia e di gioia,  al contrario le linee dentate con la loro spigolosità  sono  l’espressione della rabbia. Chiedere a chi produce linee sottili e  leggere di produrre segni marcati,  quindi esercitare una  pressione maggiore e percepire più forza nei suoi muscoli, è un compito  sulla paura di affermarsi. Tale esercizio permette alla persona di fare  in un contesto protetto e meno ansiogeno della vita reale, l’ esperienza  dell’ assertività e poter elaborare le fantasie e i pensieri che la  ostacolano.</p>
<p>Le sedute di  arte-terapia iniziano proponendo attività di riscaldamento da cui  attingere contenuti per i propri disegni, pensiamo alle mani immerse  nella polvere verde di un pigmento, le dita affondano nel mucchietto di  colore, i granelli colorati fatti cascare un po’ alla volta sul dorso  della mano, la mente va all’immagine di un prato nel quale ci stendiamo e  ci rotoliamo per poi fermarci col petto rivolto verso l’alto e  respirare con i polmoni ampi e sentire i fili d’erba che si infilano tra  le dita.</p>
<p><strong><em>Considerazioni </em></strong></p>
<p>L’arte terapia intende offrire alle  persone delle esperienze nelle quali ci si possa esprimere e raccontare,  il conduttore realizza tali condizioni favorendo un clima empatico e  rallentando i tempi delle attività, non è centrale la velocità e il  raggiungimento di un obiettivo, ma rallentare per contattare sé stessi e  gli altri. Quando si è costruito un buon contatto con sé , gli incontri  iniziano a proporre esperienze di cambiamento , il terapeuta aiuta il  soggetto attraverso gli strumenti e gli esercizi artistici, a contattare  emozioni di cui si ha timore, esprimere eventi significati ed altri  vissuti che si ha difficoltà ad elaborare. Lo scopo è produrre  un’esperienza positiva rispetto ai temi problematici della propria  persona, così da trasferire l’esperienza positiva nella vita quotidiana,  migliorare il proprio equilibrio interiore e le relazioni.</p>
<p style="text-align:right;">Pasquale Borriello</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p><em>Campbell J. ,  Attività artistiche in gruppo, Erickson</em></p>
<p><em>Ariano G. ,  Diventare uomo, Armando</em></p></blockquote>
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		<title>TSO alle madri in baby blues? Ma mettiamoci chi ha fatto questo proposta!</title>
		<link>http://benessere4u.wordpress.com/2010/06/08/tso-alle-madri-in-baby-blues-ma-mettiamoci-chi-ha-fatto-questo-proposta/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 09:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>benessere4u</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il tragico evento di Passo Corese la Sigo (Società Italiana Ginecologia e Ostetricia) propone un TSO per le madri con Depressione Post-Partum. Ma a questo punto riapriamo direttamente i MANICOMI, mettiamole in stanze con le sbarre alle finestre&#8230; Così si evitano tragedie analoghe! CHE AMAREZZA!!!! Invece di sparare queste proposte offensive e medioevali, sarebbe invece opportuno stanziare più risorse [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=55&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:left;">Dopo il tragico evento di Passo Corese la Sigo  (Società Italiana Ginecologia e Ostetricia) propone un TSO per le  madri con Depressione Post-Partum. Ma a questo punto riapriamo  direttamente i MANICOMI, mettiamole in stanze con le sbarre alle  finestre&#8230; Così si evitano tragedie analoghe! CHE  AMAREZZA!!!! Invece di sparare queste proposte offensive e medioevali, sarebbe invece opportuno  stanziare più risorse economiche per i servizi di welfare mirati a  fornire sostegno alla famiglia ed alle neo-mamme. Valorizzare le figure  professionali deputate, ad esempio lo PSICOLOGO, investire sulla  famiglia invece di disgregarla e dilaniarla, lasciando da sola &#8230;<span style="text-decoration:underline;">la  donna</span>. Questo paese è capace solo di soluzioni mostruose e propaganda emotiva.</h3>
<h3 style="text-align:left;"><a href="http://www.facebook.com/pages/TSO-alle-madri-in-baby-blues-Ma-mettiamoci-chi-ha-fatto-questo-proposta/125716704127100?v=wall">Sostieni la rivolta contro questa proposta medioevale</a> che la Sigo (Società<br />
italiana  di ginecologia e ostetricia) sta presentando al Ministero della Salute! Mettiamoci i proponenti in TSO (terapia sanitaria<br />
obbligatoria)!  Alle Madri servono supporto, servizi e professionalità,<br />
non delle  sbarre ad una finestra! Un paese senza vergogna!!!</h3>
<h3 style="text-align:left;"><a rel="nofollow" href="http://www.facebook.com/pages/TSO-alle-madri-in-baby-blues-Ma-mettiamoci-chi-ha-fatto-questo-proposta/125716704127100?v=wall" target="_blank">http://www.facebook.com/pages/TSO-alle-madri-in-baby-blues-Ma-mettiamoci-chi-ha-fatto-questo-proposta/125716704127100?v=wall</a></h3>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/benessere4u.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/benessere4u.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/benessere4u.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/benessere4u.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/benessere4u.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/benessere4u.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/benessere4u.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/benessere4u.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/benessere4u.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/benessere4u.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/benessere4u.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/benessere4u.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/benessere4u.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/benessere4u.wordpress.com/55/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=55&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Riconoscersi attraverso l’altro</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 09:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>benessere4u</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo della Dott.ssa Marciano pubblicato su b4u, il social network su salute e benessere psicologico. Se una persona non è accarezzata da qualche suo simile, la sua mente si corrompe e la sua  umanità s’inaridisce (Berne, 1970, 191) L’uomo ha un bisogno innato di essere riconosciuto dall’ambiente esterno. Numerose ricerche hanno dimostrato che la deprivazione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=52&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://problemi-salute.opsonline.it/psicologia-22773-quando-un-bimbo-nasce-sordo.html">Articolo</a> della Dott.ssa <a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-22094-sabrina-marciano.html">Marciano</a> pubblicato su<a href="http://benessere4u.opsonline.it/"> b4u, il social network su salute e benessere psicologico</a>.</h1>
<p><a href="http://benessere4u.opsonline.it"><img class="alignnone" title="benessere4u.it" src="http://img.opsonline.it/images/articles/image_22311.jpg" alt="" width="520" height="200" /></a></p>
<blockquote>
<div style="text-align:right;"><em>Se una persona non è accarezzata da qualche suo  simile,<br />
la sua mente si corrompe e la sua  umanità s’inaridisce<br />
(Berne,  1970, 191)</em></div>
<p>L’uomo ha un bisogno innato di  essere riconosciuto dall’ambiente esterno.<br />
Numerose ricerche hanno  dimostrato che la deprivazione sensoriale, sia nei bambini che negli  adulti, provoca danni anche irreparabili. Uno dei primi studiosi a  trattare questo tema, Renè Spitz, ha scoperto che i neonati, se privati a  lungo di stimolazioni fisiche, possono sviluppare forme  psicopatologiche che, in casi estremi, arrivano fino alla morte.<br />
La  mancanza di stimoli emotivi e sensoriali mette in moto una catena  biologica che, attraverso uno stadio di apatia, può raggiungere stati  degenerativi. Questi stimoli sono necessari per l’esistenza psicologica  dell’uomo quanto lo è il bisogno di cibo. Egli, attraverso gli scambi  sociali, soddisfa questo suo bisogno di riconoscimento, cioè quel  particolare tipo di calore e di contatto umano sotto forma di azioni o  parole.</p>
<p>La singola unità di riconoscimento è chiamata “carezza”  (“stroke”) in analogia al contatto fisico nel lattante, in cui tale  unità prende più letteralmente la forma di carezza. Il bisogno di  carezze perdura per tutta la vita.<br />
Un semplice scambio di saluto come  <em>“Ciao!”</em> è una carezza con la quale riconosciamo o veniamo  riconosciuti dall’altro.</p>
<p>Attraverso il riconoscimento esterno  l’individuo ha la prova della sua esistenza, conosce sé stesso, le sue  qualità e modi di essere.<br />
Egli ha bisogno di avere confini per  esistere fisicamente e psichicamente. Questi confini, che delimitano la  sua identità, si formano nel contatto, nel rapporto con il mondo esterno  e con se stesso. La carezza rappresenta la prova di questo rapporto.</p>
<p>La  ricerca di riconoscimento assume molte forme e varia da individuo ad  individuo.<br />
Fin dall’infanzia le persone imparano a mettere in atto  quei comportamenti efficaci per avere riconoscimenti che poi ripetono  nel tempo, in questo modo rinforzano il comportamento che le ha  prodotte. Loro fanno del tutto per averli perché hanno bisogno di una  certa quantità di riconoscimenti per il loro benessere. Questa ricerca  continuerà per tutto il resto della loro vita. Anche da grandi, anelano  ancora un contatto fisico ed anche se imparano a sostituirlo con forme  simboliche di riconoscimento, si sentono deprivati se non ricevono le  carezze di cui hanno bisogno.</p>
<p>Le carezze hanno diversi vantaggi  per l’individuo in quanto alleviano la tensione, lo allontanano da  situazioni nocive e mantengono l’equilibrio psico-fisico che egli ha già  raggiunto.</p>
<p>Nel corso del tempo ogni persona sviluppa un suo  stile personale di dare e ricevere carezze fondato su quella che è la  propria posizione esistenziale. Quando si ha una carenza di  riconoscimenti la persona adotta una propria modalità di amministrazione  che gli permette di gestire al meglio il proprio patrimonio dosando la  quantità di riconoscimenti che si ricevono e quelli che si danno.</p>
<p>Sono  state individuate cinque regole restrittive, riguardo al dare e  prendere carezze, che vengono insegnate a molti bambini e che si  continuato a seguire nell’età adulta:<br />
1) non chiedere carezze se ne  hai da dare;<br />
2) non chiedere carezze quando ne hai bisogno o le  desideri;<br />
3) non accettare carezze anche se le desideri;<br />
4) non  respingere carezze quando non le desideri, o anche se non ti piacciono;<br />
5)  non accarezzare te stesso.<br />
Queste regole costituiscono la base di  quella che viene chiamata <strong><em>“l’economia delle carezze”. </em></strong><br />
I  genitori tendono ad insegnare alcune o tutte queste regole ai figli in  un certo senso per avere più controllo su di loro. Insegnano che le  carezze sono in quantità limitata. Essendo fondamentali ed essenziali  per la sua crescita, il bambino ben presto imparerà ad ottenerle  comportandosi nei modi richiesti dai genitori.<br />
Gli adulti continuano  in modo inconsapevole a seguire queste regole, pagando il prezzo di una  vita parzialmente deprivata, con limitati scambi affettivi e un  dispendio di energie alla ricerca di carezze ritenute erroneamente  esigue. In questo modo il loro bisogno di riconoscimento rischia  perennemente di rimanere insoddisfatto.<br />
E’ necessario che la persona  si dia il permesso di violare queste regole implicite al fine di  imparare a scambiarsi carezze in maniera più autentica e più appagante.</p>
<p>Dare  carezze è positivo, così come riceverle liberamente. Le carezze chieste  hanno la stessa importanza delle altre, il fatto di chiederle può  aumentare la probabilità di riceverle. Non si è obbligati a dare  carezze, bisogna stabilire una onesta gestione delle carezze.</p>
<p><em><strong>Tipologia  di carezze</strong></em></p>
<p>Le carezze assumono diverse forme.  Possono essere verbali, visive, fisiche o simboliche.<br />
La fonte può  essere esterna, quando si ricevono dalle altre persone, oppure interne,  quando sono autoprodotte per esempio con ricordi, idee, fantasie e sono  il risultato di modalità per lo più di tipo solitario e interiore.</p>
<p>Inoltre  hanno una loro qualità che può essere di tipo condizionata o  incondizionata. Le carezze condizionate sono rivolte al fare, a ciò che  la persona fa, quelle di tipo incondizionate sono invece rivolte  all’essere, cioè a quelle caratteristiche della persona che esistono  naturalmente, alle sue qualità naturali.<br />
Una carezza incondizionata  di vita è l’autoriconoscimento di se stessi, di esserci nel qui ed ora,  liberi e coscienti del proprio passato e protesi verso il futuro  (“Io-ci-sono”). Le persone disturbate hanno spesso un problema legato  proprio all’autoriconoscimento.</p>
<p><strong>Le carezze vengono  classificate come positive o negative.</strong></p>
<p>Le carezze  positive trasmettono il messaggio “tu sei ok” stimolando la crescita e  la fiducia in sé stessi, sono gradite, piacevoli e generalmente  producono benessere alla persona. Il messaggio delle carezze negative,  invece, è  “tu non sei ok” messaggio che lascia una sensazione  spiacevole. Spesso si considerano le carezze positive, come buone e  quelle negative, come cattive. In realtà, il bisogno di carezze si basa  sul bisogno di riconoscimento. Se si censurano intere aree di  comportamento di un’altra persona che consideriamo negative, in favore  solo di quelle positive, le diamo un riconoscimento che è solo parziale.</p>
<p>Un’ultima  descrizione cataloga le <strong><em>carezze di seconda mano</em></strong> e le <em><strong>carezze delle fate. </strong></em></p>
<p>Le memorie  sono carezze di seconda mano, in situazioni estreme, per esempio quando  ci si trova in prigione questo tipo di carezze può essere una salvezza.  Le carezze delle fate sono i sogni ad occhi aperti o le fantasie, per  essere definite tali non devono essere mai esistite. In ultimo troviamo  le carezze che sono legate alla tecnologia, per esempio le lettere o i  messaggi registrati (<em><strong>carezze in scatola</strong></em>), le  telefonate e i messaggi personali (<em><strong>carezze a lunga distanza</strong></em>)  e le fotografie (<em><strong>carezze congelate</strong></em>).</p>
<p><em><strong>Riferimenti  Bibliografici </strong></em></p>
<p>Attanasio, S. (1983). Contributo  all’approfondimento del concetto sulle carezze. Rivista italiana di  Analisi Transazionale. III, 5, Dicembre, 1983.<br />
Berne, E. (1966).  Principles of Group Treatment. New York: Grove Press (Tr. it.: Principi  di terapia di gruppo. Roma: Astrolabio, 1986).<br />
Berne, E. (1968). A  layman’s guide to psychiatry and psychoanalysis. New York: Simon and  Schuster (Tr. it. Guida al profano alla psichiatria e alla psicoanalisi.  Roma: Astrolabio, 1969).<br />
Berne, E. (1970). Sexin human loving. New  York: City National Bank (Tr. it.: Fare l’amore. Mi-lano: Bompiani,  1971).<br />
Leone Guglielmotti, R., (1983). L’autoriconoscimento: carezza  incondizionata di vita. At, III, 5, 44.<br />
Orten, J. (1972).  Contributions to stroke vocabulary. Transactional Analysis Journal, 2,  3, 8-10 (Tr. It: Contributi al vocabolario delle carezze. AT, III, 5,  34-37, 1983).<br />
Steiner, C.M. (1971). The stroke economy. Transactional  Analysis Journal, 1, 3.<br />
Stewart, I &amp; Joines, V. (1987). TA: A  New Introduction to Transactional Analysis. Nottingham: Lifespace  Publishing (Tr. it. L&#8217;analisi transazionale. Milano: Garzanti, 1990).<br />
Woollams,  S., (1978). The internal stroke economy. Transactional Analysis  Journal, 8, 194-197 (Tr. it.: L’economia di carezze, At, III, 5, 28-33).<br />
Woollams,  S., Brown, M. (1978). Transactional Analysis. Dexter: Huron Valley  Institute Press (Tr. it.: Analisi transazio¬nale. Assisi: La Cittadella,  1985).</p></blockquote>
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		<title>Ansia e Disturbo di Panico</title>
		<link>http://benessere4u.wordpress.com/2010/05/14/ansia-e-disturbo-di-panico/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 09:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>benessere4u</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo della Dott.ssa Scafidi pubblicato su B4U, il portale di salute e benessere psicologico. L&#8217;ansia a livelli moderati è quasi &#8220;fisiologica&#8221; in quanto assolve funzioni fondamentali per la nostra sopravvivenza. Ci sono casi in cui l&#8217;ansia può diventare eccessiva al punto da compromettere uno o più livelli del funzionamento psichico della vita di una persona [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=48&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://ansia-depressione.opsonline.it/psicologia-21752-ansia-e-disturbo-di-panico.html">Articolo</a> della Dott.ssa <a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-20332-lucia-scafidi.html">Scafidi</a> pubblicato su <a href="http://benessere4u.opsonline.it/">B4U,</a> il portale di salute e benessere psicologico.</h1>
<blockquote><p>L&#8217;ansia a livelli moderati è quasi &#8220;fisiologica&#8221; in  quanto assolve funzioni fondamentali per la nostra sopravvivenza.<br />
Ci  sono casi in cui l&#8217;ansia può diventare eccessiva al punto da  compromettere uno o più livelli del funzionamento psichico della vita di  una persona e sfociare in un vero e proprio disturbo.</p>
<p>L’ansia, al pari della paura, della rabbia, della  tristezza, è un emozione e comporta uno stato di attivazione generale  quando una situazione è percepita per noi come pericolosa.</p>
<p>Ad un livello moderato, provare ansia, è da considerarsi  naturale in svariate situazioni in quanto l’ansia assolve funzioni  fondamentali per la nostra sopravvivenza tutelandoci da potenziali  rischi, mantenendo lo stato di allerta e aiutandoci a migliorare le  nostre prestazioni.</p>
<p><strong>● <em>Ansia e Paura.</em></strong></p>
<p>Spesso i termini “ansia” e “paura” sono utilizzati in modo  intercambiabile; in realtà ci sono importanti differenze. Mentre la  paura è da considerarsi una risposta emotiva ad un pericolo reale,  riconoscibile ed esterno, ed è alla base di tutte le risposte d’ansia,  l’ansia invece, è uno stato caratterizzato da una sensazione di paura  che non è collegata ad alcuno stimolo specifico e deriva da un conflitto  interiore.</p>
<p>Le manifestazioni sintomatiche  dell’ansia (tremori, tachicardia, irrequietezza, nausea, sensazioni di  allarme, difficoltà di concentrazione, idee di pericolo, irritabilità,  ecc. ecc.) possono essere considerate l’espressione del meccanismo di  attacco-fuga.</p>
<p>Tale meccanismo può essere molto  utile quando ci troviamo ad affrontare un reale pericolo per la nostra  vita. Sono moltissime invece le situazioni in cui ci troviamo di fronte a  pericoli di tipo diverso che possono mettere a repentaglio altri piani  della nostra esistenza come la nostra immagine o i rapporti  interpersonali. In questi casi il meccanismo di attacco-fuga può  risultare inefficace anche se si attiva allo stesso modo facendoci  provare quella spiacevole emozione che chiamiamo “ansia”.</p>
<p>● <strong><em>Ansia “normale” e “patologica”.</em></strong></p>
<p>Quando l’ansia può considerarsi “normale” e quando l’ansia  raggiunge un livello tale da compromettere in maniera significativa uno o  più livelli della nostra vita psichica a tal punto da sfociare poi in  un vero e proprio disturbo?</p>
<p>L’ansia  può essere considerata “normale” quando l’affrontiamo con un  atteggiamento costruttivo e manteniamo una capacità di valutare le  situazioni in cui ci troviamo in modo efficace.</p>
<p>L’ansia può essere considerata “patologica” quando invece le  strategie messe in atto per affrontarla non sono valide e diventano esse  stesse fonte di disagio.</p>
<p><strong>Seligman,  Walker e Rosenham</strong> (2001), distinguono quattro componenti  dell’ansia:</p>
<p>-         la <strong>componente  cognitiva</strong> che riguarda i pensieri e le aspettative.</p>
<p>Quando il livello d’ansia è elevato, possiamo non  riuscire più a controllare i nostri pensieri e potrebbe esserci la  tendenza a focalizzare la nostra mente sui pericoli o le minacce che  temiamo e tutto ciò può comportare una difficoltà a rispondere in modo  adeguato alle richieste dell’ambiente in cui viviamo;</p>
<p>-         la <strong>componente  somatica</strong> riguarda la dimensione corporea, l’organismo che è  interessato da un’ attivazione neurovegetativa (ad es.:la pressione e la  frequenza cardiaca e il flusso sanguigno aumentano) per affrontare il  pericolo;</p>
<p>-         la <strong>componente  emozionale </strong>riguarda tutto ciò che a livello emotivo l’ansia può  comportare, ad esempio: senso di terrore o intensa paura.</p>
<p>-         la <strong>componente  comportamentale </strong>riguarda tutti quei comportamenti volontari e  involontari che si possono manifestare e diretti alla fuga o  all’evitamento della fonte d’ansia.</p>
<p>I  Disturbi d’Ansia sono condizioni cliniche ben definite; l’ansia comunque  può essere riscontrata anche in concomitanza con altre malattie o  patologie di tipo psichiatrico. Tra i principali Disturbi d’Ansia  abbiamo:</p>
<p>- il Disturbo d’Ansia Generalizzata;</p>
<p>-  il Disturbo Ossessivo-Compulsivo;</p>
<p>- Le Fobie specifiche;</p>
<p>-  Il Disturbo di Panico.</p>
<p>● <strong><em>Il  Disturbo di Panico.</em></strong></p>
<p>La caratteristica  principale del Disturbo di Panico è la presenza di attacchi di panico  ricorrenti ed inaspettati seguiti da almeno un mese di preoccupazione  persistente di avere un altro attacco.</p>
<p>Un  attacco di panico inaspettato, ossia spontaneo, non provocato, si  manifesta solitamente “a ciel sereno”.</p>
<p>L’attacco  di panico può essere definito come un periodo di paura o disagio  intenso durante il quale, quattro o più dei seguenti sintomi, si  manifestano improvvisamente e raggiungono il picco nell’arco di dieci  minuti:</p>
<p>-         palpitazioni,  tachicardia;</p>
<p>-         sudorazione;</p>
<p>-         tremori;</p>
<p>-         sensazione di  soffocamento;</p>
<p>-         sensazione di asfissia;</p>
<p>-         dolore o fastidio al  petto;</p>
<p>-         nausea o disturbi  addominali;</p>
<p>-         sensazioni di  sbandamento, di testa leggera o di svenimento;</p>
<p>-         derealizzazione  (sensazione di irrealtà) o di depersonalizzazione ( sensazione di essere  distaccati da sé stessi);</p>
<p>-         paura di perdere il  controllo o di impazzire;</p>
<p>-         paura di morire;</p>
<p>-         sensazioni di torpore o  di formicolio;</p>
<p>-         brividi o vampate di  calore.</p>
<p>● <strong><em>Diagnosi,  frequenza e gravità del Disturbo di Panico.</em></strong></p>
<p>Per  fare una corretta diagnosi di Disturbo di Panico occorre valutare la  presenza di almeno <em>due</em> attacchi inaspettati anche se la maggior  parte delle persone che ne soffre ne ha molti di più.</p>
<p>La frequenza e la gravità del Disturbo di Panico variano  ampiamente da persona a persona; alcuni, per esempio, hanno attacchi che  si presentano con una certa frequenza (una volta a settimana), altri  hanno attacchi che si manifestano con una certa regolarità per mesi  oppure brevi serie di attacchi più frequenti (per esempio tutti i giorni  per una settimana) intervallati da periodi in cui gli attacchi non si  presentano o si manifestano in modo molto meno frequente.</p>
<p>● <strong><em>Preoccupazioni tipiche.</em></strong></p>
<p>Alcune  persone che presentano il Disturbo di Panico si convincono che gli  attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata,  pericolosa per la vita (ad esempio, cardiopatia, epilessia) e nonostante  i ripetuti esami medici possono rimanere impauriti e convinti di avere  una malattia pericolosa per la vita.</p>
<p>Altri  pensano che gli attacchi di panico indichino che stanno impazzendo o  perdendo il controllo o che sono emotivamente deboli.</p>
<p>●  <strong><em>Comportamenti di evitamento.</em></strong></p>
<p>La  preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue conseguenze è  spesso associata a comportamenti di evitamento che possono far  sviluppare una vera e propria <em>agorafobia </em>( paura di trovarsi in  luoghi o situazioni da cui sarebbe difficile o imbarazzante  allontanarsi). In questo caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico  con agorafobia.</p>
<p>● <strong><em>Alcune indicazioni.</em></strong></p>
<p>Quando l’ansia è acuta, è opportuno valutare un invio dal  medico per un’eventuale prescrizione di farmaci psicotropi. Inoltre  possono essere anche presenti vissuti di tipo depressivo; in quel caso è  necessario che il medico escluda alcune condizioni come l’abuso di  caffeina o sostanze stupefacenti che possono favorire gli attacchi.</p>
<p>●  <strong><em>Terapia farmacologica.</em></strong></p>
<p>Gli  antidepressivi si sono rivelati utili per questo tipo di disturbo.  Questi farmaci producono comunque tolleranza e dipendenza fisica e  psicologica quindi è sempre bene utilizzarli sotto stretto controllo  medico. Il loro effetto è legato al periodo dell’assunzione; una volta  dismessi si possono ripresentare i sintomi.</p>
<p>L’effetto  della terapia farmacologica aumenta se associato ad altri interventi.  Combinare terapia farmacologica e trattamento psicoterapeutico aumenta  la possibilità di miglioramento e previene il rischio di ricadute.  Sembra infatti che il tasso di ricadute è più alto con il solo  trattamento farmacologico e più basso con l’uso del trattamento  psicoterapeutico.</p>
<p><strong>Riferimenti bibliografici:</strong></p>
<p>DSM-IV-TR  <em>Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, </em>Fourth  Edition, Text Revision, 2000, American Psychiatric Association.</p>
<p>Seligman,  M.E.P., Walker, E.F. &amp; Rosenhan, D.L. (2001). <em>Abnormal  psychology</em>, (4th ed.) New York: W.W. Norton &amp; Company, Inc.  2001.</p></blockquote>
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		<title>La “Sindrome di Alienazione Genitoriale”</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 08:36:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>benessere4u</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Infanzia e adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[denigrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Articolo della Dott.ssa Giagulli pubblicato su B4U. Discutine cliccando qui! Nella letteratura è ormai condiviso che la separazione ed il divorzio sono “processi” che comportano un’evoluzione delle relazioni familiari sul piano coniugale, su quello genitoriale e su quello riguardante l’ambiente esterno, la famiglia di origine e gli amici. Molto spesso, però, questo non accade; quando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=46&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://infanzia-adolescenza.opsonline.it/psicologia-22563-sindrome-alienazione-genitoriale.html"><img class="aligncenter" title="benessere4u.it alienazione genitoriale" src="http://img.opsonline.it/images/articles/image_22563.jpg" alt="" width="520" height="200" /></a></h2>
<h2><a href="http://infanzia-adolescenza.opsonline.it/psicologia-22563-sindrome-alienazione-genitoriale.html">Articolo</a> della Dott.ssa <a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-19741-valentina-giagulli.html">Giagulli</a> pubblicato su<a href="http://benessere4u.opsonline.it/"> B4U</a>. Discutine cliccando <a href="http://www.opsonline.it/forum/psicologia-3d/papa-contro-mamma-103728.html#post2326231">qui</a>!</h2>
<blockquote><p>Nella  letteratura è ormai condiviso che la separazione ed il divorzio sono  “processi” che comportano un’evoluzione delle relazioni familiari sul  piano coniugale, su quello genitoriale e su quello riguardante  l’ambiente esterno, la famiglia di origine e gli amici.</p>
<p>Molto spesso, però, questo non accade; quando i genitori non  riescono a superare la crisi personale innescata dalla separazione e  quindi trovare dentro di sé motivi di autostima, hanno bisogno di  definire il coniuge negativamente nonchè “inidoneo” al ruolo  genitoriale. Da qui la sempre più frequente denigrazione dell’altro  genitore agli occhi del figlio e la richiesta, formulata in modo più o  meno esplicito, che anche il figlio contribuisca a tale definizione,  innescando nel bambino una suddivisione dei propri genitori in un  “genitore buono” e in un “genitore cattivo”. In taluni  casi  si apre il sipario della sindrome di alienazione genitoriale.</p>
<p>Inizialmente descritta e sistematizzata in  letteratura da Richard A. Gardner  nei primi anni Ottanta, la sindrome di alienazione genitoriale  (o PAS, dall&#8217;acronimo di Parental Alienation  Syndrome) è un disturbo psicologico  che può insorgere nei figli, tipicamente a seguito del loro  coinvolgimento in separazioni  conflittuali non appropriatamente mediate.</p>
<p>L’autore  definisce la PAS: “un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel  contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo  disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione  contro l’altro genitore (genitore alienato), tuttavia, questa non è una  semplice questione di &#8220;lavaggio del cervello&#8221; o &#8220;programmazione&#8221;, poiché  il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di  denigrazione.</p>
<p>Dopo la separazione sono molto  spesso i figli più fragili che iniziano ad “alienare” il genitore con  il quale non si sono alleati, nonostante, abbiano avuto una normale  relazione con il genitore alienato prima della separazione.</p>
<p>La PAS inizia e viene mantenuta dal genitore  “alienante”, mediante strategie dirette o indirette: il  programmatore scrive il copione ed il bambino lo recita.</p>
<p><strong>Le tecniche di programmazione del genitore  alienante tipicamente comprendono</strong>:</p>
<ul>
<li>l’uso  di espressioni denigratorie riferite all&#8217;altro genitore;</li>
<li>false  accuse di trascuratezza, violenza o abuso  (nei casi peggiori, anche abuso sessuale);</li>
<li>chiedere  al figlio cosa ne pensa dell’altro, costringendolo a prendere posizioni  premiandolo o punendolo a seconda delle risposte;</li>
<li>comunicare  ai figli frasi del tipo “<em>perché voi siete l’unica  mia  ragione di vita</em>”, “<em>avrò sempre e solo voi; io non ho nessun  altro a parte voi; non ci sarà nessun altro nel mio cuore, nella mia  vita tranne voi…</em>”.</li>
</ul>
<p>La costruzione di una “realtà  virtuale familiare” di terrore e vessazione  genera, nei  figli, profondi sentimenti di paura, diffidenza e odio verso il genitore  alienato. I figli, quindi, si alleano con il genitore “sofferente”; ed  iniziano ad appoggiare la visione del genitore alienante, esprimendo, in  modo apparentemente autonomo, astio, disprezzo e denigrazione contro il  genitore alienato; arrivando a rifiutare qualunque contatto, anche  solamente telefonico, con il genitore alienato.</p>
<p>Perché si possa parlare di PAS, però, è necessario che  l’astio, il disprezzo, il rifiuto non siano giustificati (o  giustificabili) da reali mancanze, trascuratezze o addirittura violenze  del genitore alienato.</p>
<p>A scatenare tali strategie da  parte del genitore “manipolatore, possono concorrere diversi fattori:</p>
<ul>
<li>la  manifestazione  di difficoltà a rielaborare l’esperienza  della separazione;</li>
<li>la  mancanza della capacità di vedere man mano l’immagine del partner in  maniera più realistica e di intravedere le proprie responsabilità per il  fallimento del rapporto;</li>
<li>il  bisogno di vendicarsi dell’altro o il vivere un sentimento di rifiuto;</li>
<li>vulnerabilità  e bassa autostima, dipendenza dal figlio o da un altro componente la  sfera familiare.</li>
</ul>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">L’identificazione  di un caso di PAS è facilitata dalla presenza di alcune caratteristiche  peculiari:</span></strong></p>
<ul>
<li>il  figlio cambia atteggiamento dopo la separazione e senza una ragione  plausibile;</li>
<li>le  critiche all’altro genitore appaiono inconsistenti, esagerate,  contraddittorie o contraddette dai fatti, stereotipate, prive di  dettagli e copie del pensiero di uno dei genitori, vista la loro  estraneità all’ambito di esperienza di un bambino;</li>
<li>la  formulazione delle critiche e delle accuse contiene informazioni che  solo l’altro genitore può aver fornito;</li>
<li>il  bambino vive ansia e paura nell’incontrare l’altro genitore in assenza  di ragioni concrete;</li>
<li>il  bambino si preoccupa di tutelare, senza una ragione specifica, un  genitore rispetto all’altro;</li>
<li>il  bambino mostrerà di favorire il legame con un eventuale nuovo compagno  del genitore rispetto all’altro genitore biologico;</li>
<li>sono  presenti la discriminazione e il razzismo familiare (“<em>noi siamo  brava gente, mentre tuo padre…</em>”);</li>
<li>esiste  una visione prettamente dicotomica secondo la quale un genitore è solo  vittima e l’altro solo colpevole o responsabile, senza possibilità di  sfumature.</li>
</ul>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;"> </span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">La  diagnosi di PAS si basa sull’osservazione di otto sintomi primari nel bambino</span></strong>.</p>
<ul>
<li>
<ol>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">La  campagna di denigrazione</span></em>. In una       situazione  normale, ciascun genitore non permette al bambino di esibire        mancanza di rispetto e diffamare l’altro. Nella PAS, invece, il genitore        programmante non mette indiscussione la mancanza di rispetto, ma  può       addirittura favorirla.</li>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">Razionalizzazioni        deboli, superficiali e assurde</span></em><span style="text-decoration:underline;">.</span><strong><em> </em></strong>L’astio       espresso dal bambino nei  confronti del genitore non affidatario è       razionalizzato con  motivazioni illogiche, insensate o anche solamente       superficiali;  ad esempio: “non voglio vedere mio padre/madre perché mi       manda a  letto presto”, “Una volta ha       detto ‘cazzo’ ”.</li>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">La  mancanza       di ambivalenza</span></em>. Il genitore rifiutato è  descritto dal bambino       come “tutto negativo”, ed il genitore amato  come “tutto positivo”.</li>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">Il  fenomeno       del pensatore indipendente</span></em>. La  determinazione del bambino ad       affermare di aver elaborato da solo i  termini della campagna di       denigrazione, senza influenza del  genitore programmante.</li>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">L’appoggio        automatico al genitore alienante</span></em>. La  presa di posizione del       bambino sempre e solo a favore del genitore  affidatario, in qualsiasi conflitto       venga a determinarsi.</li>
</ol>
</li>
</ul>
<ol>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">Assenza  di senso di colpa</span></em><span style="text-decoration:underline;">.</span><strong><em> </em></strong>Relativamente  all’assenza di senso di colpa, il bambino PAS non mostra né pietà né  empatia per i sentimenti del genitore bersaglio.</li>
</ol>
<ul>
<li>
<ol>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">Gli  scenari       presi a prestito</span></em>. Sono affermazioni del  bambino che non possono       ragionevolmente venire da lui  direttamente; ad esempio: uso di parole o       situazioni che non sono  normalmente conosciute da un bambino di       quell’età, nel descrivere  le colpe del genitore escluso.</li>
<li><em><span style="text-decoration:underline;">L’estensione        dell’ostilità</span></em> alla famiglia allargata ed  agli amici del       genitore alienato. Coinvolge nell’alienazione la  famiglia, gli amici e le       nuove relazioni affettive (una compagna o  compagno) del genitore       rifiutato.</li>
</ol>
</li>
</ul>
<p>Richard Gardner afferma che l&#8217;instillazione  incontrollata di PAS è una vera e propria forma di violenza emotiva, capace di  produrre significative psicopatologie sia nel presente che nella vita  futura dei bambini coinvolti. Tra le conseguenze sui minori vanno  annoverate: forti sentimenti di ostilità (possono essere irrispettosi,  non collaborativi, ostili, maleducati, ricattatori e ricattabili); non è  raro che in questi casi aumenti anche l’ostilità manifesta tra  fratelli.; problemi del rendimento scolastico; esame di realtà alterato;  narcisismo; indebolimento della  capacità di provare simpatia ed  empatia; mancanza di rispetto  per l’autorità, estesa anche a figure non genitoriali; paranoia; psicopatologie legate all’identità di genere; uso della  manipolazione come strumento relazionale; maggiore vulnerabilità alle  perdite ed ai cambiamenti; regressione a livello morale, continuando ad  operare, anche oltre l’adolescenza, una netta dicotomia tra bene e male.</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;">L’arma migliore, come per  qualunque patologia risiede nella prevenzione</span></strong>.</p>
<p>L’identificazione della sindrome di alienazione genitoriale è  legata ad una serie di presupposti, anche se occorre premettere che sono  le risposte stesse alla separazione a creare le condizioni  circostanziali perché la sindrome possa svilupparsi e che, tra l’altro,  le modalità educative assunte dai coniugi prima della separazione non  sono predittive della relazione educativa successiva. Si sa che a volte  la relazione tra genitore non affidatario e figlio si rafforza dopo la  separazione, più sovente sembra indebolirsi e diventare più  superficiale, oppure sembra restare identica, quindi è difficile fare  previsioni.</p>
<p>Diversi autori evidenziano come è  l’attuale sistema sociale di gestione del conflitto coniugale a creare  il problema che vuole risolvere, e che l’unica via d’uscita è entrare in  una cultura della condivisione della genitorialità.</p>
<p>Gli aspetti di genitorialità  nelle separazioni potrebbero essere chiaramente definiti, se si potesse  comprendere appieno il concetto che, nella famiglia, esistono due  “entità di coppia”, distinte per diritti, doveri e responsabilità  reciproche: la “coppia coniugale” e la “coppia genitoriale”. Il  “conflitto coniugale”, quindi, non necessariamente può (o deve)  scatenare anche un “conflitto genitoriale”, ed eventuali contrasti fra  le due entità potrebbero essere affrontati con l’ausilio della  mediazione familiare. Sono purtroppo le attuali regole che governano  l’evento separazione a creare il problema. Per governare il mondo degli  affetti ci si appoggia ad un “sistema globale degli antagonismi”; a  meccanismi di conflitto giudiziario; ad una &#8220;verità processuale&#8221; con  tanto di parte vincente contrapposta a parte soccombente. L’istituto  dell’affido  monogenitoriale, così largamente utilizzato nel passato con il 90% di  affidamenti esclusivi alla madre, è un elemento che rafforza la  prospettiva in termini di vincitore e vinto.</p>
<p>Nel contesto giudiziario e, più in generale, i figli assumono  spesso il ruolo dei civili inermi in una guerra di dominio: veri  sconfitti di una visione ideologica che individua un nucleo  coniuge/genitore/figli nel ruolo della vittima ed il coniuge/genitore  soccombente nel ruolo del carnefice violento e crudele. Un distacco  dalla realtà degli affetti genitoriali,  può scatenare la  Sindrome di Alienazione Genitoriale quando un genitore arriva a  percepire i figli come non-persone: come mezzi, cioè, per acquisire  maggior potere nel conflitto, oppure come strumento per dare sfogo e  soddisfazione a sentimenti di rabbia e disagio propri della sola “coppia  coniugale”. È il passaggio all’atto, l’uso diretto dei figli come arma  nel conflitto della “coppia coniugale”, uno dei fattori che può portare  all’insorgenza della PAS.</p>
<p><strong>RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI</strong></p>
<p>Goldstein J., Freud A., Solnit A., <em>Beyond the best  interest of the child </em> New York,  1973.</p>
<p>Goldstein J., Freud A., Solnit A., <em>Beyond the best  interest </em>Clawar S.S., Rivlin B.V., <em>Children held hostage:  dealing with </em> <em>programmed  and brainwashed children, </em>Chicago: Illinois: American      Bar Association, 1991.</p>
<p>Gardner R.A., <em>Recents trends in divorce and custody  litigation</em>, Academy       Forum,  29,2,1985.</p>
<p>Gardner, R.A. (1987), The Parental  Alienation Syndrome and the Differentiation between Fabricated and  Genuine Child Sex Abuse, <em>Creative Therapeutics</em>, Cresskill, N.J.</p>
<p>Gardner, R.A. (1989).  Family Evaluation in Child Custody  Mediation, Arbitration and Litigation, <em>Creative Therapeutics</em>,  Cresskill, N.J. <em>of the child </em> New York, 1973.</p>
<p>Healy, J.M., Malley, J.E., and  Stewart, A.J. (1990).  Children and their fathers after parental  separation.  <em>Am. J. Orthopsychiatry</em> 60: 531-543.</p>
<p>Hetherington,  E.N., and Arasteh, J.D. (eta.) (1988).  <em>Impact of Divorce, Single  Parenting and Step-Parenting on Children</em>, Lawrence Erlbaum,  Hillsdale, N.J.</p>
<p>Johnston J.R., Campbell  L.E., <em>Impasses of divorce; The dynamics and </em> <em>resolution of family conflict</em>, The  Free Press, New   York, 1988.  Kressel, K. (1985). <em> The Process of Divorce</em>, Basic Books, New  York.</p>
<p>Kurdek, L. (1988).  Custodial  mothers’ perceptions of visitation and payment of child support by  non-custodial fathers in families with low and high levels of  pre-separation interparental conflict.  <em>J. Appl Devel. Psychol.</em> 9: 315-328.</p>
<p>Wallerstein J.S., Kelly  J.B.,<em> Surviving the breakup: how children and </em> <em>parents cope with divorce</em>, Basic Book  Inc., New   York, 1980.</p></blockquote>
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		<title>Fantasie sessuali &#8211; istruzioni per l&#8217;uso</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 09:09:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo del Dott. Pizzonia pubblicato su B4U. Discutine cliccando qui! Le fantasie sessuali fanno parte della normale attività dell&#8217;organismo e hanno una specifica funzione. A cosa servono e che differenze ci sono tra uomini e donne. Quando si parla di sessualità, di sesso, di piacere e orgasmo, è facile che possano venire alla mente delle [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=44&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://sessualita.opsonline.it/psicologia-21602-fantasie-sessuali-istruzioni-per-l-uso.html">Articolo</a> del Dott. <a href="http://psicologi-psicoterapeuti.opsonline.it/psicologia-21180-luca-pizzonia.html">Pizzonia</a> pubblicato su <a href="http://benessere4u.opsonline.it/">B4U</a>. Discutine cliccando <a href="http://www.opsonline.it/forum/psicologia-3d/fantasie-sessuali-102944.html#post2317186">qui</a>!</h2>
<blockquote><p>Le fantasie sessuali fanno parte della normale attività  dell&#8217;organismo e hanno una specifica funzione. A cosa servono e che  differenze ci sono tra uomini e donne.</p>
<p>Quando si parla di  sessualità, di sesso, di piacere e orgasmo, è facile che possano venire  alla mente delle fantasie; non c&#8217;è da preoccuparsi, è una cosa  normalissima.<br />
Ma che significato hanno le fantasie? A cosa servono?  Ci sono differenze nelle fantasie tra uomini e donne?<br />
Pur non essendo  più il sesso un tabù, <strong>molti individui si vergognano delle  proprie fantasie sessuali, di ciò che immaginano. </strong>Tutti hanno  delle fantasie erotiche, in modo cosciente o meno. E non è vero che le  donne ne hanno meno degli uomini. La differenza, in questo, è che gli  uomini sono meno pudici e ne parlano più liberamente.<br />
Una fantasia è  nient&#8217;altro che una rappresentazione immaginaria di desideri, consci o  inconsci.<br />
Le fantasie non vanno viste come una patologia, tranne nei  casi in cui la vita dell&#8217;individuo si organizza attorno ad esse. In un  individuo psicologicamente equilibrato, una fantasia erotica serve a  raggiungere l&#8217;eccitazione sessuale. È, quindi, una normale attività  dell&#8217;organismo. Ci sono numerosi fattori (culturali, sociali,  psicologici nonché “morali”) che condizionano l&#8217;immaginario erotico.<br />
Una  delle cose che ci distingue dagli animali è la differenza tra il modo  di vivere la nostra sessualità rispetto a quella fredda copula  finalizzata solo ed esclusivamente alla procreazione.<br />
Spesso, nella  fantasia, ci sono cose che non si ha il coraggio di fare e così si  immaginano. Questo intimo fantasticare porta all&#8217;autoeccitazione. Ognuno  di noi ha i propri ricordi, i propri desideri e sogni, racchiusi in una  dimensione segreta, nascosta per paura di essere giudicati o criticati.  La fantasia è al riparo da tutto ciò.<br />
Staccare la spina dalle  tensioni quotidiane e correggere alcune imperfezioni del mondo reale:  ecco cosa permettono le fantasie. Come se fossero un ponte tra sogno e  realtà, tra pulsioni e divieti, procurano un&#8217;evasione. Non devono essere  considerate un&#8217;insoddisfazione, bensì una valvola di sfogo per  scaricare le pressioni, a volte molto forti, morali e sociali.<br />
Spesso,  quando un individuo guarda una persona che gli/le piace, ricorre alla  fantasia. L&#8217;immaginario erotico è più frequente durante la  masturbazione, mentre cala di intensità all&#8217;aumentare dell&#8217;eccitazione  in un rapporto sessuale e sparisce al momento dell&#8217;orgasmo.<br />
Non ci  sono differenze, a quanto sembra, quantitative tra uomini e donne.  Queste ultime, nonostante siano più restie a dichiararlo, non hanno  fantasie meno “spinte” o minori rispetto agli uomini; hanno invece una  maggiore capacità immaginativa, probabilmente un&#8217;eredità dovuta al fatto  che in passato il “fare” era appannaggio esclusivo del maschio.<br />
Differenze  qualitative invece si possono rilevare tra i due sessi.<br />
Il professor  Dacquino, neurologo, psichiatra, docente di antropologia all&#8217;Università  pontificia di Torino, dichiara che la differenza fondamentale tra le  fantasie di uomini e donne consiste nel rispettivi contenuti:  vouyeristiche nei primi ed esibizionistiche nelle seconde. Secondo lo  studioso, gli uomini prediligono le fantasie caratterizzate da un  universo femminile, quelle iniziatiche e quelle sadiche, all&#8217;insegna  della potenza che tanto vorrebbero fosse ammirata. Le donne invece  preferiscono, nelle loro fantasie, immaginare l&#8217;ammirazione o il tocco  di un uomo, il ricordo di passate esperienze, di essere desiderate da  più uomini.<br />
La differenza tra le fantasie maschili e femminili deriva  anche dalle loro differenze emotive. Una donna che vuole mostrare il  suo amore, lo dice con le parole, mentre l&#8217;uomo lo dice con i gesti.  Un&#8217;altra differenza è il ruolo stesso dell&#8217;emozione. Per la donna essa  porta al sesso, per l&#8217;uomo è il sesso a portare all&#8217;emozione. Dopo aver  fatto l&#8217;amore, l&#8217;uomo può sentirsi innamorato e dolce. La donna, invece,  quando è innamorata e dolce, può avere voglia di fare l&#8217;amore.<br />
D&#8217;altra  parte è risaputo che l&#8217;uomo ha un pudore emotivo, per lui ci sono cose  difficili da dire, e la donna, al contrario, ha un pudore fisico.<br />
L&#8217;immaginario  femminile è comunque pervaso di sentimento, di dolcezza, contrariamente  a quello dell&#8217;uomo, dal carattere più attivo e visivo.<br />
Esistono  fantasie creative che permettono di arricchire la relazione sessuale e  risvegliare il desiderio e quelle che riescono ad abbassare le  inibizioni, in modo da riuscire a vivere a pieno la sessualità.<br />
Due  domande che probabilmente nasceranno spontanee sono:<em> “ma devo  parlarne con il partner?”, “devo metterle in pratica?”.</em><br />
La  risposta alla prima è: dipende! Per quanto possa essere facile parlare  del passato, della famiglia e delle esperienze al partner, non sempre è  altrettanto facile scoprire desideri nascosti, proprio perché possono  essere criticati o fraintesi. Può darsi che il partner non le condivida  oppure non ne faccia parte. Sarebbe meglio allora tenersele per sé. Se  invece possono essere eccitanti per il partner, allora si possono  condividere.<br />
La risposta alla seconda domanda è uguale alla prima:  dipende! Per molti, lo scopo delle fantasie è fondamentalmente quello di  aumentare la libido; nel momento in cui cessano di essere fantasie  perdono il loro potere eccitatorio. Per altri, sono soltanto  un&#8217;esperienza e quindi vanno soddisfatte. In definitiva, dipende sempre  dall&#8217;individuo e dal buon senso, che non dovrebbe mai mancare.</p>
<p><strong>BIBLIOGRAFIA</strong><br />
Giacomo  Dacquino “Che cos&#8217;è l&#8217;amore”, Arnoldo Mondadori<br />
Peter Dally  “Fantasie sessuali. Come influenzano la nostra vita”, Demetra</p></blockquote>
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		<title>Amaxofobia: la paura di guidare.Tecniche e strumenti di intervento psicologico</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 14:21:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>benessere4u</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Avete mai sentito parlare di AMAXOFOBIA? Forse no, fatto sta che un numero sempre maggiore di persone ne soffre. Questa paura di guidare può, sfociare anche in veri e propri attacchi di panico e può compromettere la vita sociale di un individuo costringendolo anche a modificare le proprie abitudini o ad evitare di uscire se [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=42&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avete mai sentito parlare di AMAXOFOBIA? Forse no, fatto sta che un  numero sempre maggiore di persone ne soffre. Questa paura di guidare  può, sfociare anche in veri e propri attacchi di panico e può  compromettere la vita sociale di un individuo costringendolo anche a  modificare le proprie abitudini o ad evitare di uscire se non ha  alternative di trasporto.</p>
<p>Sul blog PsicologiaLegale.it erano stati pubblicati alcuni contenuti, qui trovate un riferimento:</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.psicologialegale.it/amaxofobia-la-paura-di-guidare/2010/01/12/" target="_blank">http://www.psicologialegale.it/amaxofobia-la-paura-di-guidare/2010/01/12/</a></p>
<p>Vista la costante domanda di aiuto per curare l&#8217;amaxofobia, Obiettivo Psicologia ha  quindi pensato di sviluppare un percorso formativo molto agile,  operativo e focalizzato su questo specifico intervento psicologico:</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.obiettivopsicologia.it/corsi-psicologia/corsi-psicologia-aula/amaxofobia-paura-di-guidare.php" target="_blank">http://www.obiettivopsicologia.it/corsi-psicologia/corsi-psicologia-aula/amaxofobia-paura-di-guidare.php</a></p>
<p>Per eventuali richieste di informazione, scrivete pure a  formazione@opsonline.it</p>
<p>La società ha un grande bisogno di Psicologia, e  lo psicologo dovrebbe attivarsi nell&#8217;individuare e  servire nuove nicchie di domanda. Bene, penso che questo corso e questa  problematica vadano esattamente in quella direzione!</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/benessere4u.wordpress.com/42/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/benessere4u.wordpress.com/42/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/benessere4u.wordpress.com/42/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/benessere4u.wordpress.com/42/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/benessere4u.wordpress.com/42/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/benessere4u.wordpress.com/42/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/benessere4u.wordpress.com/42/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/benessere4u.wordpress.com/42/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/benessere4u.wordpress.com/42/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/benessere4u.wordpress.com/42/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/benessere4u.wordpress.com/42/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/benessere4u.wordpress.com/42/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/benessere4u.wordpress.com/42/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/benessere4u.wordpress.com/42/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=benessere4u.wordpress.com&amp;blog=10045623&amp;post=42&amp;subd=benessere4u&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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